(AdnKronos) – Sull’importazione di grano in Italia, rileva Barilla, “c’è un discorso quantitativo, dobbiamo importare il 30% di grano dall’estero, e anche qualitativo perché noi importiamo un grano di qualità superiore rispetto alla media nazionale. L’agricoltura italiana ha una parte di prodotto eccellente, intorno al 10%, il 30-40% è un buon prodotto, il resto, a secondo delle annate, meno”.
Sui 100 mila ettari di frumento in meno coltivati in Italia nel 2017, secondo le stime di Coldiretti, Paolo Barilla spiega che l’agricoltura italiana non è sincronizzata con il sistema industriale. “Spesso si semina di più una qualità di grano che ai pastai non serve per fare quella qualità eccellente come, invece, avviene in Francia dove non si semina un chilo in più di quello che serve alla produzione. Per questo -aggiunge- stiamo facendo contratti di filiera attraverso i quali programmare insieme all’agricoltore una produzione per 3, 4 anni dove chi coltiva trova soddisfazione e noi abbiamo un prodotto eccellente. Noi chiediamo quantità e qualità”.
Delicato è anche il discorso sull’etichettatura che il Mipaaf chiede a Bruxelles e che prevede di indicare sulla confezione la presenza o meno di grano italiano. “Nello spirito siamo d’accordo perché siamo per la trasparenza delle informazioni, il problema è che non possiamo prevedere che tipo di miscela daremo quel giorno”, rileva Barilla. “Un paradosso di questa situazione è che potrebbe accadere che un distributore straniero compra un grano di bassa qualità italiana, fa la pasta 100% italiana ma di qualità scadente. Questo sarebbe un autogol per il nostro Paese”.