(AdnKronos) – Sono ancora vive invece le polemiche sull’invito all’astensione rivolto dal premier e segretario del Pd, Matteo Renzi, per il cosiddetto quesito sulle trivelle del 17 aprile scorso e per il ‘ciaone’ twittato dal deputato Dem Ernesto Carbone per salutare il quorum fermo al 31,2.
Ora l’attesa è tutta per il 4 dicembre, quando si tratterà di dire sì o no alla riforma costituzionale, referendum chiesto e previsto dopo che l’approvazione del Parlamento è arrivata a maggioranza assoluta e non con i due terzi.
Per la validità non è richiesta alcuna soglia di partecipazione. Due finora i precedenti. Il 7 giugno del 2001, quando votarono il 34,1 per cento e il 64,2 di sì contro il 35,8 di no promossero la riforma del titolo quinto della Costituzione sul federalismo voluta dal centrosinistra. Il 25 giugno del 2006, quando alle urne si recarono il 52,5 degli aventi diritto e con il 61,3 di no e il 38,7 di no fu bocciata la cosiddetta devolution approvata dal centrodestra, che prevedeva una serie di profonde modifiche alla seconda parte della Costituzione.