Roma, 16 lug. (AdnKronos) – “Bisogna dire soprattutto i nostri ‘sì’, lavorando seriamente per evitare che una deriva giudiziaria (in atto) e legislativa (incombente) metta in questione ciò che in Italia si va incrinando sotto pressioni interne ed esterne, ma che anche la Consulta ha riaffermato, ovvero l’unicità della famiglia fondata sul matrimonio ex art. 29 della Costituzione. Se si scegliesse la strada dell’Aventino cultural-politico accompagnato da una dura e pura contrapposizione sociale e persino di piazza, e intanto in certe aule di tribunale si continuassero a rovesciare norme e princìpi e in Parlamento nascesse una pessima legge, ritengo che nessuno potrebbe dirsi ‘giusto’ e considerarsi ‘salvo’ perché non c’era e, comunque, non era d’accordo e, magari, ne ha dette quattro a qualche giudice e alle signore e ai signori legislatori”. Lo scrive il direttore di ‘Avvenire’, Marco Tarquinio, a proposito della possibilità di una legge sulle unioni civili, rispondendo ad un lettore che chiede “il coraggio di dire fermamente di ‘no’ nella società, nella cultura e nelle piazze. Chi prenderà decisioni ingiuste nelle Aule parlamentari e nei tribunali se ne assumerà la responsabilità: ma non in nostro nome”.
“Non è questione di mali minori da conseguire, ma di beni da difendere e da affermare. Ed è un impegno -ribadisce il direttore di ‘Avvenire’- che a nessuno –in Parlamento e fuori da esso– consente di mettersi alla finestra, di perdere lucidità e voce o, peggio, di ignorare la realtà. Siamo cittadini, siamo cattolici e siamo democratici, e dobbiamo fare la nostra parte. Qui e ora”.
Quanto al merito, Tarquinio ribadisce la necessità di “una ‘via italiana’ da trovare con intelligenza e –per indicare la necessaria diversa natura di un tale istituto– uso da anni, in articoli e dibattiti pubblici, l’aggettivo ‘patrimoniale’. E non si tratta di vane sottigliezze o di questioni astratte”.