Baku, 16 giu. (AdnKronos) – (Dall’inviato Andrea Pinchi) – Un sorriso amaro e un’imprecazione in fiorentino: “Maremma, di nuovo…”. Tradito ancora all’ultimo tiro, come a Pechino nel 2008. Il poligono stavolta non è quello di una finale olimpica, ma per Niccolò Campriani ciò che conta è la testa. E la gestione della paura. L’oro ai Giochi Europei di Baku è sfumato per un nulla, perché “due decimi di punto sul bersaglio è una distanza leggermente inferiore al millimetro”.
Ma questo serve solo a sottolineare un problema da trasformare al più presto in stimolo: “La distanza è quella di sempre, la carabina è la stessa e anche tu sei lo stesso. Ma improvvisamente è come se fosse diventato un altro sport e questa cosa non torna”. Il punto per Campriani è proprio questo: accettare che una disciplina come la sua, dove la concentrazione è tutto, si trasformi in uno stadio di calcio mentre stai prendendo la mira. Una scelta precisa della federazione per attirare il grande pubblico e i media.
Un ostacolo per Campriani: “Non solo hanno escluso l’obbligo del silenzio, ma adesso c’è proprio una volontà all’incitamento. E’ già successo agli Europei”, racconta l’azzurro, un oro e un argento a Londra. “Non è la prima volta che mi succede dopo le Olimpiadi, ma di solito partono molto prima dell’ultimo colpo e non sono solo applausi. Trombette, fischi, gente chiamata per nome. C’è un po’ di tutto, ho visto anche comportamenti antisportivi da parte delle nazionali”.