Roma, 20 feb. (AdnKronos Salute) – Accorpamento dei punti nascita sotto i 500 parti l’anno come previsto dall’accordo Stato Regioni del 2010; potenziamento delle Unità di terapia intensiva neonatale; attivazione del servizio di trasporto per l’emergenza neonatale in tutte le regioni con ambulanze attrezzate e personale dedicato. Sono le proposte della Società italiana di pediatria e della Società italiana di neonatologia per ridurre la mortalità neonatale, che ancora oggi nelle regioni meridionali risulta del 30% più elevata rispetto a quelle del Nord.
La morte della piccola Nicole, a bordo di una ambulanza privata che la trasportava da Catania a Ragusa per una insufficienza respiratoria, “non è frutto del caso”, dicono i pediatri, “ma espressione e conseguenza della inadeguatezza del sistema sanitario regionale in situazioni di emergenza neonatale. Senza interventi di potenziamento della rete di assistenza neonatologica non ci si può stupire di eventi tragici come questo”, affermano in una nota congiunta il presidente della Sip Giovanni Corsello e il presidente della Sin Costantino Romagnoli. Che invocano “una efficace programmazione degli interventi e investimenti reali nella rete neonatologica da parte del sistema sanitario, anche per scongiurare il rischio che i cosiddetti tagli alla sanità colpiscano l’area pediatrica che ha invece bisogno di sostegno e di supporto”.
Tre in particolare le priorità da attuare secondo le due società scientifiche: accorpamento dei punti nascita sotto i 500 parti l’anno; potenziamento delle Unità di terapia intensiva neonatale; attivazione del servizio di trasporto per l’emergenza neonatale in tutte le regioni con ambulanze attrezzate e personale dedicato. Si tratta di misure in larga parte già previste dall’Accordo Stato-Regioni del 2010, “ma rimaste drammaticamente inattuate in alcune aree del Paese, con la conseguenza che continuano a permanere differenze inaccettabili fra le regioni italiane nel campo dell’assistenza neonatale e pediatrica, come ha peraltro rilevato il documento del Comitato per la Bioetica della Sip reso pubblico a ottobre 2014”.
“I modelli che hanno mostrato buona prova di funzionamento sono quelli (come ad esempio Lazio e Toscana) in cui esiste una centrale di riferimento dedicata alla gestione delle emergenze neonatali”, spiega il presidente della Sin Costantino Romagnoli. “Grazie a questo sistema i medici dell’emergenza sono in grado di sapere in tempo reale quanti posti sono disponibili in terapia intensiva e subintensiva. Se in Sicilia ci fosse un centro di coordinamento dedicato al trasporto neonatale la piccola Nicole probabilmente sarebbe stata mandata a Messina e non a Ragusa”.
Non meno importante, dicono i pediatri, il modo in cui si trasportano i neonati ad alto rischio. Servono ambulanze tecnologicamente attrezzate ed equipe mediche in grado gestire le emergenze con una formazione specifica nella stabilizzazione e nel trasporto del neonato gravemente patologico. In Italia il trasporto dei neonati ad alto rischio è ‘a macchia di leopardo’: in alcune regioni è centralizzato, in altre lasciato in capo al singolo ospedale.