Ankara, 30 gen. (AdnKronos/Aki) – Quattro storie, quattro donne curde che hanno perso la vita nella difesa di Kobane dall’avanzata jihadista, e la parola “orgoglio” come unico filo conduttore. “Orgoglio” è infatti il termine ripetuto come un mantra dai familiari delle guerrigliere “martiri”, morte in prima linea nella guerra ‘simbolo’ contro i miliziani dello Stato islamico (Is).
Mustafa Taher, un avvocato di 30 anni, a Kobane ha perso la sorella Shireen di 11 anni più piccola. “Dei miei 11 fratelli e sorelle, quella che sentivo più vicina era Shireen. Il nostro era un rapporto di amicizia più che tra un fratello e una sorella – racconta Mustafa al The Guardian – Shireen si ispirava alla sua insegnante di curdo, Vian, che combatteva con il Pkk”.
“Vian è morta in uno scontro con Jabhat al-Nusra. Al funerale a Kobane, mio padre aveva dato a Shireen la sua vecchia pistola, dicendole di seguire la sua insegnante e diventare una combattente, malgrado l’opposizione di mia madre. Shireen ha voluto vendicare la sua insegnante e difendere Kobane. Sebbene il martirio di Shireen ci ha spezzato il cuore, siamo tutti orgogliosi del suo sacrificio e di tutti i suoi amici morti per difendere Kobane”, dichiara Taher.
Nella città siriana a maggioranza curda ha perso la vita anche Hameera Muhammed, che viene ricordata nelle parole dello zio Muhammed Khashman, oggi rifugiato in Turchia. “Due anni fa, durante un viaggio ad Aleppo, il marito di Hameera è stato ucciso da un cecchino. Pochi giorni dopo lei avrebbe partorito il suo primo figlio maschio”, ricorda Khashman, che evidenzia “quanto sia stata dura per la donna crescere cinque figli”. Hameera decise di andare a combattere l’Is “per riscattare la sua vita”.
Come Berivan Fadhil, una ragazza di 22 anni, rimasta scioccata dalle immagini di quanto fatto dall’Is agli yazidi a Sinjar, tra omicidi, rapimenti e stupri. “Temeva che la storia si ripetesse a Kobane”, afferma il fratello Ibrahiem, che si dice “orgoglioso del suo martirio” e che rifiuta le condoglianze, dicendo di preferire “i complimenti per la sua morte eroica”.
Adnan Hassan parla infine della sua nipote 19enne Ruhan, che fin da piccola “voleva saperne di più sui diritti politici del popolo curdo in Siria” e che ha letto “tanti scritti di Abdullah Ocalan”, il fondatore del Pkk. “Ruhan si è ispirata ai suoi libri sulle donne curde e si è unita alla forza di protezione di Kobane nel 2013”. I suoi familiari seppero la notizia della sua morte dall’annunciatrice della tv curda. Ruhan si è suicidata insieme ad altre tre guerrigliere per non essere catturata dai jihadisti dell’Is. Finite le munizioni e circondate, hanno deciso di farsi esplodere addosso la loro ultima granata.