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Usa: Ikenberry, più deboli ma nostra leadership durerà decenni/Adnkronos

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Roma, 29 ott. – (AdnKronos) – Gli Stati Uniti sono indeboliti, ma ancora per diversi decenni la loro leadership mondiale non sarà in discussione. Il professor John Ikenberry, che in passato si è scagliato contro la cosiddetta “grande strategia neo imperiale” dell’America di George W. Bush, non teme ciò che molti rimproverano invece a Barack Obama: l’assenza di una strategia vera e propria. Pur davanti alle “grandi transizioni di potere” che stanno avvenendo nel mondo e che stanno infrangendo il “vecchio ordine” internazionale, dice Ikenberry in un’intervista all’Adnkronos, “gli Usa sono ancora la nazione guida e nessun paese li sostituirà veramente per i prossimi decenni”.
Certo, “la posizione degli Stati Uniti nel mondo si indebolirà inevitabilmente”, ma il politologo americano, riprendendo tesi già espresse in passato riguardo al nuovo ordine scaturito dopo le due Guerre Mondiali del Novecento, ritiene che gli Usa “stiano cercando di fare in modo che queste transizioni avvengano proteggendo il più possibile dell’ordine internazionale che gli stessi Stati Uniti hanno contribuito a creare. Non so però se questo può essere indicato come frutto di una singola strategia”.
Ikenberry, che si trova a Roma per partecipare ad alcune conferenze in occasione del ‘Festival della Diplomazia’, è convinto che il mondo, a prescindere da un ruolo più o meno ‘muscolare’ di Washington, debba rassegnarsi alla ‘cronicità’ di alcuni conflitti. “Per quanto riguarda il Medio Oriente non credo ci siano soluzioni agli scontri settari e religiosi che sono in corso. Non credo che l’America, nemmeno in un’era precedente, quando rappresentava il 40 per cento del Pil mondiale, avrebbero potuto risolvere il problema”.
Di fronte alla complessità del problema, con i suoi continui focolai di violenza, dalla questione israelo-palestinese alla più recente minaccia dello Stato Islamico, “non è stata la posizione americana a cambiare, ma semplicemente si tratta di questioni difficilissime”. Non si tratta più, come un tempo, di “bilanciare l’influenza dell’Unione Sovietica” nell’area, “ora si tratta di capire come stabilizzare un’intera ragione funestata dal fallimento di interi stati e da divisioni settarie e religiose”.
Di fronte a questa situazione, insiste Ikenberry, “gli Usa hanno ancora un ruolo di guida da esercitare”, ma più che ad una “singola strategia”, l’attuale leadership a Washington preferisce fare ricorso ad una sorta di “aggiustamento pragmatico”. Sarebbe questo, per il politologo, “l’approccio generale adottato dall’Amministrazione Obama: cauto, pragmatico, progressivo”. Un approccio, ammette Ikenberry, che può risultare “frustrante per gran parte del mondo, perché non appare come grande e ambizioso”, come invece ci si aspetterebbe dall’America.
La “riluttanza” di Barack Obama nell’impegnare l’America nelle continue crisi internazionali, dalla Siria all’Iraq, all’avanzata dell’Is, contro la quale l’America sta facendo “il minimo indispensabile”, nasce anche dalle “lezioni che vanno tratte” dalla ultra decennale Guerra al Terrorismo inaugurata dalla precedente Amministrazione Usa. “La lezione -dice Ikenberry- è che non puoi ‘riparare’ dei Paesi distrutti e non puoi costruire regimi stabili se questi non sono in grado di superare le divisioni settarie e religiose tra sunniti e sciiti e costruire un consenso attorno ai propri governi. E’ una lezione che ha a che fare con i limiti del nostro potere”.
“L’altra lezione -prosegue- è che servono degli attori locali per giocare un ruolo guida. Forse la Turchia e l’Iran, in ultima analisi, dovranno essere parte della soluzione per la stabilizzazione dell’intera regione. In un certo senso, la grande frustrazione che viene dal combattere questo violento radicalismo religioso è che più intervieni e più peggiora la situazione. Cosa puoi fare se quando intervieni per risolvere un problema in realtà lo peggiori?”.
A pochi giorni dalle elezioni di midterm del 4 novembre, che secondo le previsioni potrebbero consegnare ai repubblicani anche la maggioranza del Senato, rendendo così Obama un ‘lame duck’, un”anatra zoppa’, come si dice nel gergo politico Usa, Ikenberry non teme particolari conseguenze e un ulteriore indebolimento della politica estera di Washington. “Se il Senato passerà sotto il controllo dei Repubblicani Obama avrà più avversari, nel senso di più audizioni e indagini parlamentari messe in piedi per tentare di imbarazzarlo o indebolirlo”, ma “questo non si rifletterà nella politica” dell’Amministrazione.
“La vera grande questione degli ultimi due anni del mandato di Obama è l’Iran e la possibilità di raggiungere un accordo sul nucleare”. Per Ikenberry, “c’è un margine di speranza che questo possa accadere, sarebbe un enorme contributo alla ‘legacy’ di Obama e questo risultato può essere raggiunto evitando che il Senato tenti di comprometterlo”. Per quanto riguarda invece le altre grandi questioni aperte sul fronte internazionale, dal rapporto degli Stati Uniti con la Russia alla guerra contro lo Stato Islamico, dal rapporto con l’Asia all’emergenza Ebola, per Ikenberry le politiche Usa “devono essere rese più efficaci da una diplomazia intelligente, piuttosto che da nuove idee. Nel percorso dell’Amministrazione -conclude- siamo in una fase in cui questo è il massimo in cui possiamo sperare”.