Roma, 11 apr. – (Adnkronos) – Costruire o recuperare l’esistente? E’ qui che nasce il tema della rigenerazione urbana e la sfida della sostenibilità, perché tra le due opzioni la bioarchitettura non ha dubbi: meglio la seconda e i motivi sono diversi.”Innanzi tutto – spiega all’Adnkronos Carlo Patrizio, consigliere nazionale dell’Inbar, Istituto Nazionale Bioarchitettura, con delega agli affari istituzionali – perché comincia ad essere consistente, nelle nostre città, la quantità di abitazioni e altri insediamenti con altre destinazioni d’uso, che per un motivo o per un altro vanno in dismissione, e su questo abbiamo l’obbligo di intervenire perché spesso le aree delle città in cui insistono gli edifici dismessi sono aree che non vivono bene come le altre. E’ quindi necessario riportarle a nuova vita e cioè rigenerarle”.
“Intervenire sull’esistente consente anche ulteriori vantaggi e benefici – aggiunge Patrizio – il primo, è che si può intervenire su quel 40% di energia consumata dal patrimonio edilizio e quindi risparmiare; il secondo è il consumo di suolo: in Italia vengono consumati 8 mq di suolo al secondo e questo ci porterà alla rovina se non mettiamo un freno. In un quartiere rigenerato, poi, la qualità della vita è migliore” . Su recupero, rigenerazione, riqualificazione puntano non solo i ‘bioarchitetti’ e i dati lo dimostrano.
Nel 2013, secondo il Cresme, il valore della produzione delle costruzioni è stato pari a 173,5 miliardi di euro, comprensivi degli investimenti in impianti alimentati da fonti energetiche rinnovabili ed escluse le spese per i trasferimenti di proprietà, mentre la spesa per interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio esistente, che comprende anche l’efficientamento energetico, è ammontata a 115,1 miliardi di euro, pari al 66,4% dell’intero mercato delle costruzioni. Se a questi vengono aggiunti i 7,5 miliardi di euro degli investimenti in fonti energetiche rinnovabili, si supera il 70% del valore delle costruzioni.
Anche il recente rapporto “Greenitaly 2013. Nutrire il futuro”, realizzato da Unioncamere e fondazione Symbola, è chiaro: la riqualificazione edilizia costituisce l’elemento trainante che impedisce al comparto di sprofondare. Gli interventi di recupero effettuati tra 2002 e 2011 hanno coinvolto il 58,6% delle abitazioni esistenti. Negli anni ’90 sono state ristrutturate circa 1,2 milioni di abitazioni all’anno, mentre negli anni 2000 si è trattato di circa 1,8 milioni di abitazioni su base annua.
Stando a quanto emerge dal Rapporto 2014 “La riqualificazione green delle città italiane”, realizzato da Pentapolis Onluso e Inbar, la crescita dell’attività di recupero è il risultato di due dinamiche constrastanti: da un lato la pesante riduzione degli investimenti in edilizia di nuova realizzazione, passati dal 44,3% del valore della produzione al 29,3% e in termini assoluti, a valori correnti, da 85 miliardi di euro a meno di 51; dall’altra la crescita del rinnovo nelle sue diverse componenti della manutenzione straordinaria e ordinaria, che ha visto il valore della produzione passare, a valori correnti, dai 106,5 miliardi di euro del 2006 ai 115,1 del 2013.
Negli ultimi anni la riqualificazione ha visto, tra il 2008 e il 2013, un aumento del 12,6% contro il meno 30% di quello edilizio più generale. A fronte della pesante riduzione degli investimenti per le nuove costruzioni, crollati da 85 miliardi di euro nel 2006 a meno di 51 nel 2013 si assiste alla crescita dell’attività di manutenzione, rinnovo, recupero, passata da 106,5 miliardi di euro del 2006 ai 115,1 del 2013.