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Nella città degli spettri le rondini non hanno più nidi

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Nella città degli spettri le rondini non hanno più nidi

L'AQUILA – Nella cittadina degli spettri anche le rondini cercano casa. Passando tra le macerie di Onna, si sentono gatti miagolare. C'èuno sprazzo di sole nel paesino alle porte dell'Aquila, simbolo della tragedia del terremoto che ha messo in ginocchio l'Abruzzo. Qui i Vigili del Fuoco sono ancora al lavoro per ridare alle persone ciò che resta dei loro oggetti più cari, per portarli con se' nella città di tenda e trovare la forza per ricostruire.

Le rondini vagano per il cielo, come impazzite. Cercano quelli che fino alla notte del 6 aprile scorso erano i loro nidi, piantati tra le case di pietra e i tetti color grigio e marrone. Nella terra spaccata dal sisma si continua a masticare dolore: è quello dei familiari delle quaranta vittime del terremoto, in un paese che contava appena trecento anime. Oltre il 75% delle case è gravemente danneggiato.

In questo piccolo comune in fondo alla Valle dell'Aterno tutto parla di una storia distrutta: il velluto dei contadini e le stalle dei pastori, la forza del grano e degli antichi intagliatori dei portali di pietra con l'anima in ferro, venuti giù come un castello di carte lasciato al vento. Le rondini passano ora su ciò che resta dei vicoli e della gente forte e semplice che li abitava con il segreto del sale contadino pestato nei mortai.

Hanno i segni del tempo le persone di via dei Calzolai, via dei Martiri, via delle Siepi. Sullo sfondo il Gran Sasso conta un rosario di morti innocenti, in compagnia di piccole ali che tagliano l'aria silenziosa. Gli uccelli, nel vecchio villaggio che compare per la prima volta nel 1204 nella Bolla di Innocenzo III, devono cercare un riparo.

Come fanno i gatti, strappando una delle loro sette vite alle pietre cadute. Si vedono piccole code striate schizzare dalle macerie di una casa dove e' rimasta solo una parete dipinta di verde. Le rondini volano basse sul prato dove si sono ammucchiate decine di bare e ora si addensano le nuvole grigie del domani.

'Dove sei?', sembrano ripetere con la gente davanti alla vecchia scuola, nel ferro contorto delle case di Susanna e di Benedetta, alcune delle persone che non ci sono più e che pure attendevano quel volo libero nel loro cielo.

Anche la statua della Madonna delle Grazie è 'sfollata'. Era nella sua nicchia dalla fine del 1400. Oggi quel legno sacro è più umano: ha gli occhi spauriti delle donne di Onna, coperte dal fazzoletto che protegge dal freddo mentre le pupille rosse fissano le rondini.

Si sente il miagolio ininterrotto, il 'pianto' dei gatti cui quelle mani nodose allungavano ciotole dopo il lavoro di terra. Agli onnesi orgogliosi della loro storia, il 28 aprile scorso ha dato speranza Benedetto XVI.

Luomo vestito di bianco ha camminato nel fango delle tende. Ha ricordato che dietro la grande montagna ci sono ancora molti giorni. Ma per adesso il borgo attende una sera che non porti dolore. I vecchi infissi in legno sbattono al vento.

I tempi del 'fagiolo d'oro' e delle mille leggende onnesi cucite nel tempo sembrano rimanere nel silenzio che avvolge la conca forconese. La legna accannata per l'inverno dei camini ospitali è lasciata alla pioggia. Un cartello stradale, scampato al disatro, tra la distesa verde indica una strada per Monticchio. Chissà dove vanno a morire le rondini di Onna.

Articlolo scritto da: Adnkronos