Milano, 14 ott. (Adnkronos Salute) – "Quando si riceve una diagnosi di cancro la prima paura è la morte. Ci si sente spiazzati, cambiano tutte le prospettive. Poi comincia un percorso che deve approdare nell'accettazione della malattia". Sylvie Ménard è un'oncologa. Una diagnosi di mieloma multiplo l'ha obbligata a togliersi il camice e a indossare le vesti di malato. "Mi si è aperto un mondo – ha raccontato a Milano, durante il convegno nazionale di ematologia 'Haemato forum' (in programma fino a domani) organizzato con il supporto non condizionato di Celgene – Ho scoperto com'è sulla pelle la malattia che fino ad allora avevo studiato in laboratorio", per anni all'Istituto nazionale tumori di Milano. "E ho capito cosa vuol dire stare dall'altra parte" della 'barricata'. Ecco quello che i pazienti non dicono: "Le paure – elenca Ménard – le attese infinite che accorciano ancora di più la vita". Un punto su cui la scienziata insiste: "E' un inferno, vista la frequenza di esami e controlli a cui ci si deve sottoporre quando si ha un tumore. Io da oncologa ho dovuto ammalarmi per capire cosa vuol dire. E ho capito anche perché il malato lo chiamiamo paziente, perché deve avere una pazienza infinita. Ci si ammala e si comincia ad aspettare, seduti su una seggiolina di plastica in una sala d'attesa. Si aspetta per tutto, per fare le visite, per il risultato di una biopsia che potrebbe fare la differenza fra la vita e la morte. E' crudele. Si deve fare uno sforzo per eliminarle le attese dove si può farne a meno".
Articlolo scritto da: (Lus/Zn/Adnkronos)