Home Nazionale Telecom: da art.46 a modello tedesco, come lavoratori partecipano a impresa

Telecom: da art.46 a modello tedesco, come lavoratori partecipano a impresa

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Roma, 25 set. (Labitalia) – Il valore della partecipazione dei lavoratori e della democrazia economica è riconosciuto e affermato solennemente dalla nostra Carta Costituzionale nell'art. 46, che dice: "Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende". La nostra Carta insomma auspica una partecipazione attiva dei lavoratori alla vita d'impresa, un modello che molti hanno definito di 'codeterminazione' o di cogestione'. Tra i Paesi europei che hanno leggi e regolamenti che lo attuano, la Germania è uno dei più avanzati: i lavoratori (iscritti o no al sindacato) eleggono le loro rappresentanze nella fabbrica, deputate alla difesa di salari e diritti, ed eleggono anche dei rappresentanti nel consiglio di sorveglianza (o vigilanza) delle imprese, senza però avere alcuna partecipazione diretta al capitale e all'utile dell'impresa stessa. Il consiglio di sorveglianza è un organismo che ha compiti importantissimi: definisce le strategie, nomina il consiglio di gestione, approva i bilanci e decide sulle operazioni straordinarie, come le fusioni, le ristrutturazioni, le acquisizioni e le cessioni, e la delocalizzazione delle unità produttive. Una sede strategica per i lavoratori di un'azienda, per far sentire la loro opinione. In Italia, uno dei primi a cercare di attuare il dettato costituzionale dell'art. 46 fu Enrico Mattei, che nella legge istitutiva dell'Eni del 1953 prevedeva nel suo consiglio di amministrazione un dirigente o un impiegato e un operaio in servizio, designati dai dipendenti, secondo modalità fissate dal ministro per l'Industria e per il Commercio. Dieci anni dopo, la stessa norma con l'istituzione dell'Enel incontrò l'insuperabile avversione degli industriali e dei sindacati e partiti anche di sinistra. L'Italia, quindi, al contrario dei 12 Paesi dell'Unione europea, per lo più scandinavi e germanici (tra loro Germania, Austria, Olanda, Lussemburgo, Svezia, Norvegia, Danimarca e Finlandia) che adottano già per legge sistemi avanzati di corporate governance basati sulla codeterminazione, sconta sul tema un forte ritardo.Eppure, un recente studio comparativo del centro di ricerca e formazione della Confederazione dei sindacati europei (Ces) sui 27 Paesi della Ue dimostra che questi 12 paesi hanno livelli di performance su crescita del Pil, dell'occupazione, della produttività, degli investimenti per la ricerca e per le energie rinnovabili, migliori degli altri 15 paesi che non hanno messo in campo la partecipazione dei lavoratori.Alcuni passi in avanti verso la piena attuazione della democrazia economica sono stati fatti nel 2005 e nel 2007. Nel 2005, infatti, è stata recepita anche in Italia, tramite il dlgs 188, la direttiva sullo Statuto di Società europea (Se) che riguarda la costituzione di Se tra Spa e Srl, presenti in almeno due Stati membri, e per la quale è previsto il raggiungimento di un accordo sulle modalità di coinvolgimento dei lavoratori nella futura società. Nel 2007 un altro importante tassello è stato aggiunto dal dlgs 25, in recepimento della direttiva sui diritti di Informazione e Consultazione. I diritti vengono estesi tutte le imprese con almeno 50 dipendenti, si rafforzano dove già esistono e si rendono esigibili dove non sono praticati.